Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



Pinerolo Indialogo

Gennaio 2012

Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 

 Appunti di Viaggio

Nepal

In trekking sull'Annapurna

di Angelica Pons e Mauro Beccaria

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.1 - Gennaio 2012

   Questa volta la penna passa al mio compagno di vita e di viaggi, mio marito Mauro, appena tornato dal circuito di trekking dell’Annapurna, la montagna sacra e madre del Nepal, da un pellegrinaggio al cospetto di vette di oltre 8.000 m.

Il primo incontro con l’Himalaya avviene ad alta quota, in volo da Delhi: un’emozione da far venire le lacrime agli occhi. Sogno da anni di lasciare il lavoro in inverno per risalire queste cime.

Dopo il bus da Kadmandu a Besi Shiar, all’alba nepali té bollente, ciapati (piadina), zaino in spalla e si comincia il trek, sul sentiero in una valle terrazzata a riso, poi orzo, grano saraceno e segale; mano a mano che si sale ecco boschi di bambù, foreste rigogliose, poi radi pascoli fino a brulli cespugli tra rocce e sabbia. Il percorso si sviluppa sulle sponde del torrente Marsyangdi in salite e discese, tratti pietrosi, altri a strapiombo, con tappe nei villaggi di pastori percorrendo ponti di radici e corde, con bambini, pecore, muli e jak ed altri camminatori locali e stranieri e persino soldati, ognuno col suo ritmo ed il suo scopo.

La notte nei lodge essenziali si dorme nel sacco a pelo chiuso fino al naso. La giornata è scandita da ritmi semplici: cammino, pasto, riposo. Nei villaggi, come in un presepe, una donna fila con l’arcolaio, un’altra raccoglie fasci di paglia, un uomo lavora di pialla; un’anziana seduta nel suo cortile sembra l’incarnazione della saggezza. Tutto intorno bimbi gioiosi con cui tento di parlare ma riusciamo solo a ridere!

Al primo villaggio del distretto di Manang, Tal, adagiato in riva al fiume, mi fermo a gustare un piatto di noodles alla Father & son guest house, il cui gestore ha i genitori adottivi a distanza a Torino.

Il giorno seguente una nebbia bianca preclude il panorama, ma sono speranzoso. Lungo la strada una costruzione bassa mi accompagna con le preghiere incise su rulli di legno che si fanno ruotare con la mano. Giungo a Chame per la notte: vorrei collegarmi ad Internet, ma manca la corrente. Qui ho la possibilità di comprare acqua purificata: nessuna bottiglia di plastica, non si deve inquinare. La giornata termina presto, al calar del sole. Si cena così a lume di candela. Nel lodge incontro Claudia, una tedesca di Colonia, in viaggio tutta sola da luglio, attraverso Turchia, Iran, Turkmenistan, Nepal, India. Una combriccola di portatori e guide partecipa con allegria alla nostra conversazione. Uno di loro, 65 anni, guidò nel 2007 una spedizione italiana sulla vetta dell’Everest. Ricorda l’esclamazione «Porco Nepali!», dettata dalla fatica dell’impresa.

L’indomani si riparte. Attraversato il paesino, dopo pochissimo spuntano all’improvviso le vette. Non ci sono parole, resto incantato dalla bellezza. Il sentiero non è troppo gravoso. Dopo una curva, ti giri e ti trovi davanti il Paradiso sceso in terra. E’ un sogno. Mi sto avvicinando gradatamente alla meta. Lungo il sentiero corre il "murumani" o muro di preghiera: si sfiorano passando i sassi dipinti e scolpiti con le intenzioni dei fedeli. Dopo una sgambata si inizia a salire. E’ bello, ma la fine non arriva mai. Ancora estenuanti tornanti e alle 16 giungo a Ghyrau, 3.670 m, e lì mi fermo per acclimatarmi.

Al sorgere del sole.... non ci sono parole, è troppo bello per essere vero. Le cime dell’Annapurna 2 e 3 si stagliano davanti agli occhi come giganti innevati con il sole che gradatamente le illumina. E’ sensazionale. Faccio colazione all’inglese, porridge e frutta, e via. Il sentiero è agevole, il panorama mozzafiato. Si continua fino a Manang, il paese più grande. Allo Yeti hotel c’è pure una panetteria e sento parlare italiano: due ragazzi di Vicenza alloggiano qui. E’ raro incontrare connazionali. Riesco pure a collegarmi al web ed a telefonare a mia moglie.

Senza zaino, all’alba del giorno dopo salgo a Chongar, da dove si scorgono il Gangapurna ed il suo ghiacciaio che si specchiano nelle acque di un lago glaciale. Scendo con estrema calma e risalgo al Gompa di Praken (3.945 m). La vista da lassù è grandiosa. Nel pomeriggio si tiene una conferenza sul mal di montagna, mai da sottovalutare.

Fin dal risveglio lo sguardo si sofferma sullo spettacolo delle cime innevate oltre gli ottomila metri. Si riparte. Sto dirigendomi verso il valico più alto. Giungo a 4.000 m. e pernotto a Jak Karka, "pascolo degli Jak", le mucche dal pelo fitto.

Sveglia all’alba: devo arrivare a Thourung Phedi 4.540 m, ultima tappa prima del passo a 5.416. Alcune parti di sentiero sono ghiacciate e si rischia di cadere. La salita è molto faticosa per l’altitudine e l’aria rarefatta. Mentre mi godo il calore del sole su una panca, incontro Margot, una polacca, che vive a Lecce ed è stata a Pinerolo alla Rassegna dell’artigianato, per la Regione Puglia. Che piccolo il mondo!

Levataccia alle 4,30, al buio. 1º stop: Thourung high camp, 5.000 m. Il sentiero è faticosissimo, ma resisto. Dei locali coi muli a seguito tentano invano di convincermi ad accettare un passaggio. L’ultimo tratto è il più difficile. Il cuore batte a mille ed ogni cinque passi bisogna fermarsi per riprendere fiato. Poi, improvvisamente, spuntano le bandiere che affidano le preghiere al vento. C’è un cartello: "Complimenti, sei arrivato ad uno dei più alti passi su sentieri di trekking del mondo. Torna ancora". Un ragazzo israeliano mi riconosce, e, vedendomi trafelato, mi offre due sorsate rigeneranti di caffé caldo. Vorrei urlare dalla gioia, invece le lacrime scendono copiose. Ce l’ho fatta da solo, senza aiuto, senza guida, senza portatori, con le mie sole forze. L’aria è gelida nonostante il sole splendente. Ma che soddisfazione!