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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2012

Dialogo tra generazioni

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 Appunti di Viaggio

Ecuador

Da Chuchilan alla laguna di Quilotoa

di Angelica Pons

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.2 - Febbraio 2012

   In bus lungo la Panamericana, ci mescoliamo ai peones, in città per provviste, carichi di pacchi e galline, mentre capre e sacchi son… sul tetto. Una bruna rubiconda mi è accanto, la mantellina blu sulla gonna verde, calze e scarponi, e una piuma di pavone per il feltro. Gli uomini dai capelli lunghi, le code avvolte in nastri, per tradizione e per proteggersi dal vento sabbioso. Alte vette circondano la laguna. Un vegliardo sorridendo al nostro stupore, la bocca come una settimana breve, ci indica l’apertura del cratere tra le cime dove spicca, dal contorno nero frastagliato, il cuore verde di Quilotoa.

Ad ogni tappa il bigliettaio urla la destinazione raccogliendo gente e bagagli. Talvolta salgono predicatori o guaritori alternati alla radio che canta, o una ristoratrice con ceste di pollo, bananitas, papitas e chocos (patate e mais).

L’ultimo strappo ce lo dà in jeep Darijo, figlio di mama Hilda, una quechua dallo sguardo penetrante e le trecce argentee, famosa per la cucina e l’ospitalità, ed incontriamo la figlia Lola, subito mia amica.

Per salire in alto, si va a cavallo: il Panama andino si dischiude alla nostra vista con un ventaglio di immagini agresti, il cielo insonnolito al mattino regala colori di un mondo fuori dal tempo. La campagna è lavorata a forza di braccia, su e giù per i pendii, i prati tra faglie a strapiombo sono punteggiati da fiori, margherite, bocche di leone e luppolo silvestre, a decine greggi e mandrie che ruminano placide.

È dura la vita in montagna, senza elettricità ed acqua, come da noi cento anni fa.

Un brav’uomo, Bernardo, ci conduce al passo, e, quando sente che siamo di Torino, s’illumina: le opere di don Bosco fervono in queste lande lontane, di istruzione, prima che di evangelizzazione, e con cooperative di giovani artigiani del legno che producono mobili; i missionari hanno poi creato un sistema di irrigazione aereo: sembrano fili della luce, ma sono tubi che portano l’acqua nei villaggi più remoti.

Sobbalziamo in sella scendendo alla foresta "nebulare", le nuvole a fiocchi impigliate tra gli alberi, come lana non cardata, il verde più intenso, il bosco fitto. Riconosciamo erbe medicinali, la "menta" che profuma di cioccolato, l’erba antigonfiore, l’antidolorifico, l’antieczema, l’antiansia, l’antispasmo: per i Quechua significa che il buon Dio ha donato ogni cosa necessaria all’uomo.

Ci inerpichiamo su per uno stretto corridoio, ma veniamo disarcionati e caschiamo sopra grassi ciuffi d’erba! "Poi-A-Amò" (= grazie a Dio) sani e salvi. Condividiamo cultura e fede e pure un bel pezzo di cacio comprato in una cooperativa, che ci sarà molto utile l’indomani!

Da Mama Hilda, alla sera, sorseggiando un succo, conosciamo Silvio, una miniera di informazioni: ha studiato dai Gesuiti ed è stato guida alpina per una missione scientifica con una biologa italiana per re-immettere le vigogne nelle Ande. Si incontrano le anime ed i mondi. Un moto di rabbia per i milioni di indios trucidati dai conquistadores, in nome di un Dio che non ha mai chiesto questo, poi si affrontano attualità nostre e loro, come la necessità della raccolta differenziata, e Darijos è basito del fatto che paghiamo l’Acea. Questi incontri sono momenti talmente intensi che resteranno per sempre.

Si va alla laguna a bordo del camion del latte, e si resta incantati. Il cielo è aperto fin dall’alba. La formazione geologica di Quilotoa è avvenuta in 900 anni: da un’eruzione a fine 1700 si è creato il bacino interno color smeraldo, l’acqua non potabile per i sali minerali. La discesa è di un’oretta, per salire di più. Il circuito intero è di 4-5 ore, ma sarebbe monotono, così ripartiamo in direzione del nostro paesino, da soli. Un quarto di circuito, poi l’arena bianca, il bosco di pini e quindi la discesa verso gli eucalipti, lungo i prati, incontrando bimbi e mucche al pascolo, poi un tunnel, la salita lenta, burroni ed un sentiero stretto. Siamo spesso incerti sulla strada ma i segnali sono buoni, ci sono tracce di bastoni da passeggio, scarpini, qualche carta di caramella e di rari turisti che sostano per il pic-nic, o ci precedono con una spedita guida locale. Costoro tolgono i cartelli per aver modo di procacciarsi il lavoro. La terra è bianca. Un quadretto di fronte a noi: una mucca inizia a muggire forte, chiama il vitello che la raggiunge al galoppo giù dal pendio dov’era vigilato da un bravo cagnone. Il tetto della casetta vicina è fatto con la robusta erba cui ci aggrappiamo scendendo, campi di patate dai fiori rosa tutto intorno, e pure di viola chocho, luppolo per fare la birra Pilsen, tubi aerei di acqua, pini e ginestre, agavi e bromeliacee dove il bosco è più umido, con muschi fitti. Teniamo sempre d’occhio l’obiettivo e finalmente arriviamo: accaldati ed intontiti dopo 17 km a piedi! C’è un carretto di frutta e i nostri amici che fan provvista per l’Hostal! Con Lola ci abbracciamo per l’ultima volta, le lacrime agli occhi.

Partenza alle 3,15, sonnecchiamo sul bus per Latacunga, la strada sgarrupata opposta all’andata, cambio per Ambato e poi per Baños: il grido dei ragazzi che chiamano i passeggeri ci risuona nelle orecchie!