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Pinerolo Indialogo

Giugno 2012


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere a... 

Lettera a George Best


All the world’s a stage

 

di Cristiano Roasio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.6 - Giugno 2012

 Siamo pronti al reiterato sforzo mediatico e semplicisticamente patriottico delle manifestazioni internazionali di calcio? Abbiamo spolverato le bandiere tricolore pronte a fare la loro bella figura, sbiadite, sui balconi, sostituendo o affiancando quelle bianconere o granata? Negli uffici ci si è organizzati con decoder e televisori? Meno male che quest’anno il fuso orario non è così insormontabile. Riecheggiano le trombe dell’apocalisse malavitosa e aumentano le assonanze con la trionfale cavalcata di sei anni fa. Pronti a sentirci figli di una sola patria, sotto un unico cielo azzurro? Detrattori pseudo intellettualoidi, indignandosi, focalizzano con rabbia le problematiche della collettività nel qualunquismo del tifoso, anzi nel tifoso del Moloch/calcio. Ma sono così interessato a tutto ciò? No. Davvero. Non vedo semplicemente l’ora che inizino le partite, e vi assicuro che le guarderò tutte. Ed è per questo che ti ringrazio George.

Maradona is good, Pelè better, George Best.

Di sicuro tu concorderesti con questo ritornello che condensa l’unica domanda che un essere umano può fare ad un proprio simile, dubbio amletico destinato a restare insolubile: come si può essere migliori, i Migliori? Come si reagisce quando la supremazia è iscritta nel tuo nome? Come si convive con la mediocrità che non può essere altro che la normalità? Belfast Boy, quinto Beatle, chiamatelo come vi pare, George Best è stato il miglior calciatore della storia di questo sport. No, non c’è Messi o Ronaldo, Platinì o Cruyff che tengano di fronte alla tua barba e ai tuoi capelli incolti. Pallone d’oro nel 1968 e primo grande numero 7 del Manchester United, sei diventato un fenomeno pop, forse il primo calciatore ad assurgere a paradigma di una società che, piaccia o no, si esaltava e si tranquillizzava in te. Il tuo volto giallo, in fin di vita, con quelle parole "ragazzi, non morite come me", non ti rispecchia e mai lo farà. Preferisco ricordare lo scarpino tolto prima di un passaggio, le donne, tante, troppe, la virile ascesa del conquistador del ventesimo secolo, le auto e il dribbling ubriacante, se mi è concesso il cinico aggettivo; la leggenda costruita attorno ad un nome che non poteva condurre la tua esistenza ad un mito diverso. Non ti faccio tante domande, in fondo lo stereotipo del calciatore non mi permette di considerarti degno di risonanza culturale, e poi te ne hanno già fatte troppe, ed inutili, quando eri in vita.

Ho speso molti soldi per alcool, ragazze e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato.

Il soccer costituisce un’eredità culturale in Inghilterra, quanto in Italia e in Spagna e nell’America del Sud, troppo vasta da ignorare o da minimizzare. Il valore catartico di uno stadio è paragonabile soltanto agli agoni teatrali greci o al circo romano. Gli eroi raccontano storie vissute anche aldilà delle linee bianche che delimitano il campo, la scena, e si inscrivono così profondamente nelle coscienze di ciascuno, tanto a fondo che grazie a te, George, e ai tuoi colleghi, nella spinta propulsiva e filtrante dell’azione classica d’attacco non si riesce a non vedere il richiamo del futuro. Per questo guarderò tutte le partite, compresa Polonia-Grecia.