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Dialogo tra generazioni

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Buone notizie dall'Italia e dal mondo

La liberazione di San Suu Kyi ha importanza anche tra queste valli

di Massimiliano Granero

Pinerolo Indialogo - Anno 1 - N.3 - Dicembre 2010

 Aung San suu Kyi, un nome facile da storpiare, facile da dimenticare. Certamente un nome che alla nostra terra non dice nulla. O almeno così pare. Una donna, capo di un’opposizione, di un partito nazionale, da noi sarebbe fantascienza. Proveniente da un paese che non si sa se chiamare Birmania o Myanmar, repubblica o dittatura. Perché nel nostro paese, certo non privo di pecche, di errori e di misfatti, sarebbe egualmente fantascientifica la vicenda biografica di una donna come San suu Kyi.

Leader dell’unico vero partito birmano che lotti per la democrazia, premio Nobel per la pace, si ritrova relegata da più di vent’anni in uno stato di isolazione perenne. Dapprima il carcere, poi la prigione in casa. Una detenzione che la escludeva da qualunque tipo di vita familiare, sia che si trattasse di suo figlio, sia che si trattasse del suo popolo.

Ma, parlando di buone notizie - com’è il titolo di questa rubrica - la fine del lungo calvario è finalmente giunta. San suu Kyi è libera, dal 13 novembre, per volere dei suoi aguzzini. Il paradosso è finito, proprio quando inizia quello di un altro, più fresco, premio Nobel per la pace, un nuovo motivo d’imbarazzo per Pechino, e per il mondo. Ma questa è un’altra storia, tutti sanno quante vittime ha mietuto e mieterà il politically correct.

Ed è importante, quasi impellente, festeggiare questa vittoria, non solo della Birmania, non solo di una donna, ma della libertà e della democrazia. Un evento che non ha bandiere, che non si schiera, che non divide.

Una liberazione che ha importanza, deve averla, anche tra queste valli. E, ispirati da un vago senso di patriottismo decadente eppure così di moda in questo cento cinquantenario, basta chiedersi per cosa lottarono i partigiani durante la Guerra Di Liberazione. I partigiani che così numerosi affollarono, per fortuna nostra e forse anche di chi ci seguirà, Pinerolo e dintorni. Per cos’altro se non quella stessa libertà chiamata democrazia, la "partecipazione" che tanto cara è anche a questa donna? E quando si fa appello ai cari e decaduti (forse addirittura deceduti) princìpi patri, non è forse la libertà in prima linea tra di essi? Una libertà che si esprime in molti modi. Una libertà che è stata espressa in una raccolta di 30 diritti. I diritti dell’uomo, inviolabili ed inalienabili, voluti dal concerto della nazioni che più o meno furono annientate dalla guerra totale. Vincitori e vinti, il mondo intero. Sono i diritti di ogni uomo, di ogni essere umano. Le basi per creare un mondo nuovo da cui partire per eliminare l’odio e la discriminazione che da secoli caratterizzavano l’ecumene. Forse un’utopia, forse. Così come la pretesa di non dimenticare al contempo il passato. Per poter ricavarne insegnamenti che vadano oltre la contingenza storica. Così noi, uomini del ventunesimo secolo, di un tempo di attesa e di speranza, uomini figli dei sopravvissuti a tale guerra, non dobbiamo dimenticare tanto utili insegnamenti. Né dobbiamo pensare di poter dimenticare ciò che è estraneo a noi nello spazio, come la terra di San suu Kyi, perché anche da essa dobbiamo saper imparare. Per non dimenticare di essere uomini. Mai.