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Pinerolo Indialogo

Ottobre 2011

Dialogo tra generazioni

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 Appunti di Viaggio

In Cambogia/2

Il canto dei delfini dell'Irrawaddi

di Angelica Pons

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.10 - Ottobre 2011

   

  Il delfino dell’Irrawaddy è un animale sacro per i Khmer, ma è pure fonte importante di occupazione per le comunità coinvolte nel dolphin-watching. Questi delfini (Orcaella brevitrostris) sono dei graziosi mammiferi di acqua dolce, lunghi pochi metri, col caratteristico musetto schiacciato. Vivono nel tratto del Mekong che collega Krati con le cascate di Khone, 190 km circa, e sono rarissimi, un’ottantina di esemplari a rischio di estinzione, secondo recenti ricerche condotte dal Wwf, con il metodo dell’identificazione fotografica delle pinne dorsali.

L’habitat negli anni ha subito modifiche a causa di centrali idroelettriche e sbarramenti fluviali, ma la maggior parte son finiti nelle reti da pesca; i ricercatori sono allarmati per la vita inspiegabilmente breve dei cuccioli che non riescono a "dare il cambio" agli esemplari vecchi. 

Il Wwf Internazionale ha chiesto al Governo della Cambogia di istituire aree protette lungo i fiumi e imporre il divieto o la limitazione delle reti fisse.

Il cielo questa mattina a Krati è grigio e piovigginoso. Mauro, di solito così propositivo, deve subire le mie insistenze: farebbe proprio a meno di questa escursione per tentare di avvistare i rari e timidi cetacei che vivono qui, ma io insisto, sono sicura che li incontreremo.

Il nostro "tassinaro" col suo tuk tuk ci chiede uno sproposito per portarci fino all’imbarcadero, ma, una volta giunti al pier, una coppia di giovani polacchi arrivati in moto si unisce a noi, per la semplice ragione di dividere poi il costo della barca, e facciamo facilmente amicizia, perché lei è vissuta per un po’ in Italia grazie al progetto Erasmus ed è molto socievole. Vengono da Varsavia e sono anche loro… fiduciosi! Le racconto che l’infermiera che l’inverno scorso mi aveva salvato la vita proveniva anche lei dalla Polonia, così mi pare di avere un debito di gratitudine. Quindi enuncio la mia "massima", costante in tutti i viaggi di osservazione del mondo animale: cerchiamo di volerci bene, loro lo sentiranno e ne saranno attratti.

Partiamo in uno scenario da quadro di François Millet, fluviale anziché campestre, le luci smorzate, le persone miti intente alle loro faccende, i grigi ed i bruni predominanti, i pescatori con le lunghe aste su cui tendono le reti, silenziosi.

L’omino che ci porta con la sua barca osserva con poche speranze l’orizzonte piatto. Dalle acque quiete sbucano ciuffi di cespugli e pochi uccelli neri vi si posano, anch’essi taciturni. Mi arrampico sulla prora dello scafo e mi viene da canterellare, non so neanche io perché, e non una melodia comune, ma… il Kirie eleyson! La barca si ferma, si accende un lampo negli occhi alla nostra guida che in cambogiano borbotta qualcosa e poi indica improvvisamente giulivo di fronte a noi, e poi a destra, e a sinistra, ed io continuo a cantare e tutto intorno inizia la danza: una dozzina o forse più di cetacei sbuffano e si inseguono, sembra che giochino e ridano in un’esplosione di gioia, tra le nostre esclamazioni di stupore: «look at them» (guardali), «look, there» (guarda là), un altro, la coppia con un piccolo! Meraviglioso! 90’ di incanto. Ci salutano e noi ritorniamo all’imbarcadero soddisfatti, più di tutti l’omino che ci sembra dire «An vedi dove v’ho portato!».