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Dialogo tra generazioni

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 Giovani @ Scuola 

Intervista ad Arcangelo Badolati, testimone antimafia

Lotta alla mafia a suon di cultura

di Nadia Fenoglio

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.3 - Marzo 2011

Arcangelo Badolati, caposervizio del quotidiano "Gazzetta del Sud" e autore di varie pubblicazioni sulla criminalità organizzata, incontra gli studenti del liceo Porporato il 5 febbraio scorso.
Per iniziare, qual è la sua definizione del fenomeno mafioso?
La mafia è un’organizzazione di più persone che si vota alla contaminazione delle strutture economico-sociali delle regioni meridionali, in particolare, e dell’istituzione statale nel suo complesso. Tre componenti ne sono alla base: i servizi e la giustizia (privata) che elargisce in alternativa allo Stato e il consenso omertoso che rafforza la sua azione.

L’Istat stima al 29% la disoccupazione giovanile in Italia: c’è il rischio che sia terreno fertile per la mafia?
Questo è un problema serio. In tali circostanze il rischio per i cittadini è l’insubordinazione a un potere politico che talvolta non ha interesse a lavorare nella direzione che gli è richiesta, soprattutto se si fa i suoi, di interessi. D’altro canto, l’attrattiva del "colpo grosso" attraverso l’affiliazione impedisce di affrancarsi da quel grande potentato che elargisce denaro qual è l’organizzazione mafiosa.

A suo avviso la collusione tra Stato e mafia si risolve con gli arresti?
L’emergenza di cui la politica deve farsi carico è sbarrare le porte alle persone sospette di collusione, a chiunque sia "in odor di mafia". Gli arresti, poi, sono merito dei poliziotti e non dei politici che sugli arresti tengono conferenze. L’impegno delle istituzioni nella tutela della collettività deve essere senza riserve e, soprattutto, non appannaggio di una parte, ma lotta comune di tutte le forze in campo. Combattere l’istituzionalizzazione della violenza, dunque, per la piena affermazione delle libertà democratiche.

Qual è l’importanza dei movimenti impegnati nella lotta alla mafia?
Associazioni di questo tipo rivestono un ruolo significativo, e la loro è una missione da sostenere. Una missione, appunto, che non deve decadere nel carrierismo: "i professionisti dell’antimafia", come Leonardo Sciascia definisce in un articolo del 1987 del Corriere della Sera chi si serve della battaglia contro la mafia come titolo di merito per fini personali, non possono ispirare quella frattura culturale necessaria per debellare la mentalità mafiosa dalla società civile.

La scuola si impegna a sufficienza nel combattere il pensiero mafioso?
Io credo che la scuola sia il veicolo universale attraverso il quale trasmettere il senso del Bello che vive nella cultura, strumento imprescindibile nella lotta alla mafia. Innamorarsi di una pagina di letteratura può fare la differenza, e non è retorica. In tal senso la scuola di oggi fa molto di più rispetto al passato: la stessa stagione di attentati degli anni Novanta ha indotto l’opinione pubblica ad una coscienza più critica del fenomeno. Se Saviano scrive che "capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare" significa che testimoniare l’illegalità è, prima che coscienza di un diritto, esigenza per sopravvivere laddove l’ingerenza mafiosa impedisce di sognare il proprio futuro. E che un ragazzo a Gioia Tauro non possa avere lo stesso sogno di uno a Pinerolo, questo non ha giustificazione.