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Settembre 2011

Dialogo tra generazioni

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 Visibili&Invisibili 

 

In Libia siamo alla fine dell'orrore?

Amnesty testimonia la violenza

di Massimiliano Granero

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.9 - Settembre 2011

Ci tocca ancora una volta, e speriamo sia l’ultima, parlare della guerra che più di tutte ha insanguinato questo 2011. Una scia di sangue e odio si è formata nel deserto libico nell’estate di fuoco che sta volgendo al termine. All’interno dei paesi della Primavera araba la Libia merita certo un posto d’onore in quanto a strascichi, echi, dolore e morti.

Forse perché si è trattata di una guerra civile, o - per chi è uso a disprezzare la madre Africa - tribale. Forse perché Gheddafi non era, e non è, un leader come tanti altri. Forse perché nello scacchiere internazionale troppi re e regine ci hanno voluto guadagnare dallo scacco al rais. Fatto sta che nonostante tutto, un tutto generico che sa di soldi, di amicizie scomode, di voltafaccia e voltagabbana, la guerra è finita. Forse. I ribelli hanno vinto, il dittatore è in fuga, nasce per Tripolitania e Cirenaica una nuova era di pace e democrazia. Forse, anche qui.

Rimangono, in modo certo oggettivo ed obbiettivo, gli stralci di una lotta che ha visto scontrarsi libici contro libici. Ad essi si sono aggiunti sì i mercenari del colonnello e le forze della Nato a dar man forte nell’aumentare i nomi e i numeri dei morti per le strade e dei palazzi divelti dalle strade stesse; ma a far le spese più salate sono stati i civili, i figli di questa terra tormentata. E le loro madri e le loro spose, inermi spettatrici e vittime di un conflitto maschile e maschilista.

Perciò una delegazione di Amnesty International, giunta in Libia martedì 23 agosto, ha raccolto testimonianze di detenuti che hanno subito torture sia da parte dei soldati pro-Gheddafi che da parte delle forze ribelli nella zona di Az-Zawiya.

I rappresentanti delle forze ribelli hanno dichiarato che le violazioni dei diritti umani commesse sotto il precedente regime non si ripeteranno. Ma mentre scripta manent, verba volant e intanto in una cella sovraffollata in cui 125 persone riuscivano a malapena a muoversi e a dormire, un ragazzo ha raccontato come ha risposto all’appello del governo di Gheddafi a prendere le armi contro l’opposizione. Ha dichiarato di essere stato trasportato a un campo militare di Az-Zawiya e che gli è stato messo in mano un kalashnikov, che non sapeva minimamente come usare. Cercando rifugio dai bombardamenti della Nato, si è dovuto arrendere ai thuuwar (i "rivoluzionari"). Un colpo al ginocchio ed uno all’orecchio il saluto dei ribelli al giovane. Ma non finisce qui perché come dice egli stesso: "Nel centro di detenzione, di tanto in tanto continuavano a picchiarci, chiamandoci assassini". E come lui tanti altri.

Inoltre ad Az-Zawiya un terzo dei prigionieri è costituito da "mercenari stranieri", tra cui cittadini del Ciad, del Niger e del Sudan. Per lo più lavoratori migranti, arrestati nelle loro case, sul posto di lavoro o semplicemente a causa del colore della pelle, minacciati di "essere eliminati o condannati a morte". Eppure nessuno indossava uniformi militari.

Certo, le forze pro-Gheddafi non sono da meno, e la delegazione di Amnesty International ha così scoperto prove di stupri commessi contro i detenuti,già picchiati con cavi di metallo, manganelli, bastoni e sottoposti a scariche elettriche, nella famigerata prigione di Abu Salim, a Tripoli.

Migliaia di uomini, tra cui civili estranei ai combattimenti, sono "scomparsi" durante il conflitto dopo essere stati presi dalle forze di Gheddafi. Le loro famiglie vivono da mesi nell’angoscia di non conoscere la loro sorte. Un uomo ha raccontato che i suoi rapitori lo hanno bendato e lo hanno seviziato inserendo una canna di fucile nel suo ano... "The horror! The horror!"