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Pinerolo Indialogo

Aprile 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere a... 

Lettera a Faulkner
Il baffuto bevitore del Mississippi

 


di Cristiano Roasio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.4 -Aprile 2013

   Metti le mani nel fango, stringi nei palmi quella non più acqua non ancora terra e prova a trattenerla, sfugge e non riesci a non fare caso allo sporco, al putridume che si insinua sotto le crepe delle tue unghie, dal buco che pare senza fondo inizi ad estrarre i resti di un passato che è sempre presente e i detriti frammentari di Ciò che Stava Sotto: a grandi linee, leggere William Faulkner è questo.

Premio Nobel per la letteratura nel 1950, Faulkner è uno di quegli autori che alle nostre latitudini non riceve la stessa considerazione di altri grandi sperimentatori letterari suoi contemporanei, più vicini a noi geograficamente, come Proust, Woolf o Joyce. E non riesco proprio a capire perché. L’autore di capolavori come L’urlo e il furore, Mentre morivo, Luce d’Agosto, Assalonne, nella sua vasta bibliografia ambienta le vicende di memorabili famiglie del Sud degli Stati Uniti, quali i Compson, i Sutpen, gli Snopes, nella fittizia, ma decisamente realistica contea di Yoknapatawpha, in un periodo che va dalla guerra di Secessione Americana a dopo la Prima Guerra Mondiale; senza dubbio episodi lontani dalla nostra vita quotidiana. Eppure, invece della solita lettera, vorrei condurre il burbero baffuto bevitore del Mississippi attraverso i campi coltivati del pinerolese e delle pianure illimitate che ci circondano.

Insieme, magari passandoci una bottiglia, costeggiamo filari e filari di granoturco che ci stringono in un’ombra calda soffocante, un’automobile sbuca come un fantasma da curve cieche e solo dopo qualche ora è inseguita da un trattore di dimensioni indecenti che romba sull’asfalto sgretolato dal quale fumigano i giorni delle campagne, probabilmente sempre più aride, di Casa Nostra. Arriviamo a un paese qualsiasi, magari è proprio il mio, una manciata di case buttate alla rinfusa dove epopee di famiglie dai nomi fin troppo sentiti e ripetuti scorrono, sempre in tragedia, sulle bocche di anziani avvoltoi avviluppati sulle loro biciclette scalcagnate, un piede sulla barra e una molle postura indigente, ci guardano come due sconosciuti anche se poi, di me almeno, sanno esattamente di chi sono figlio, quanti anni ho, quanti lavori non ho. Ci inoltriamo tra vie che belle proprio non si possono dire e laddove un odore non consueto, una cantata incomprensibile, un tenore diverso del timbro di voci irriconoscibili fanno capolino, emerge, inutile negarlo, un razzismo di pece che percorre tutti i circuiti dei nostri antifurto e i nostri chiavistelli e le nostre tombe ricoperte di rame che non c’è più. Sulla piazze dei nostri paesetti egoisti e spocchiosi l’importante è guadagnare di più e spendere il meno possibile, dimostrare di essere di più senza far vedere di avere di meno. Di essere meno senza far vedere che si ha di più.

Troppo spesso mi sono sentito dire che leggere è un passatempo, che ho studiato aria fritta e che non si mangia coi libri: ebbene, leggete Faulkner, mettete le mani nel fango, leggetelo; sporcatevi con la morbosità del vostro animo, col disagio di essere qui, ora, a Pinerolo, in Piemonte, su questi campi bagnati, su catasti numerati con le ossa dei vostri e nostri antenati, tra il granoturco bruciato e non mangiato, sotto campanili che rimbombano di moniti, qualunque essi siano: "la grande narrativa è di gran lunga più vera di qualsiasi giornalismo".

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