Pinerolo Indialogo

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Pinerolo Indialogo

Giugno 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere a... 

Lettera ai pinerolesi
Pinerolo, un paese più che una città, una cittadina più che un paese.

 


di Cristiano Roasio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.6 -Giugno 2013

   Con un titolo che non sfigurerebbe tra le epistole del santo omonimo della banca, se soltanto, invece che sulla via di Damasco, l’accecamento fosse avvenuto in quel di Buriasco, pressapoco come succede a me dagli specchietti retrovisori ogniqualvolta mi allontano da Pinerolo, voglio indirizzarmi non tanto a coloro che abitano Pinerolo, ma soprattutto a quelli che la passano, la superano, la salutano e ogni mattina ci tornano. Studenti, pendolari, lavoratori, gente in libera uscita (i quali solitamente dicono "E’ meglio Saluzzo" o "A Torino c’è più vita" ma poi immancabili alle 21.30/22.00 parcheggiano in quella piazza che per tutti è Piazza Fontana, come se chiamassimo la stazione, Stazione Rotonda e Alberi) e altre anime che affollano il centro di Pinerolo, ma non si muovono con la stessa sicumera di chi vive (a) Pinerolo.

Sono/Siamo in una condizione limbica di distacco temporale e spaziale da una realtà che non ci appartiene: è sempre qualcosa di troppo grande perché di solito arriviamo da paesini che reclamano sguardi interrogativi quando cerchiamo di spiegare dove sono situate le nostre amate/odiate case, eppure è anche qualcosa di troppo piccolo, provinciale e semplice, rispetto a Torino: Pinerolo è un paese più che una città, una cittadina più che un paese. Pinerolo lascia sempre qualcosa di non detto, come se ogni volta cercasse di raccontarci qualcosa sul mondo in cui viviamo e poi lasciasse il discorso a metà, sospeso tra i rumori e le urla e l’affollamento del sabato mattina e il silenzio, al quale l’iconografia western potrebbe imprestare palle di tumbleweed, dei martedì notte. Da quindici km o forse più svetta quello scempio di grattacielo, tempo permettendo, ma quando ci siamo sotto non lo distinguiamo dai condomini medi. Ecco una bella metafora, Pinerolo scompare quando ci avviciniamo e ingrandisce quando ci allontaniamo. A piedi dalla "periferia" ci vogliono circa dieci minuti a raggiungere il centro, mentre in auto rallentati da semafori, rotonde, traffico, parcheggi a pagamento, in media ce ne vogliono di più. È una città/paese in cui vorrei abitare? No, troppo caotica. No, troppo poco caotica. Si, tranquilla e pacifica. Sì, viva e movimentata.

La domanda che vorrei porre è: sono l’unico a percepire questa scissione tra paese e città o è una condizione generalizzata che si insinua nella ripetitività di gesti obbligati e monotoni e forse inutili quali salire su un pullman, su un treno, incollarsi le cuffie alle orecchie, imprecare contro il traffico proveniente dalle valli, il bip-bip della chiusura centralizzata dell’auto, e quindi relativa all’essere pendolari? O il porre fine a questa esistenza transeunte, passeggera, e dare consistenza ad una realtà abbozzata dall’iterazione, per stabilire solide fondamenta accoglienti alla città sulle nuvole, al paese che c’è ma tante volte potrebbe anche non esserci perché è solo una strada verso la meta prefissataci, è una delle prerogative della giunta comunale? Se sì, auguri. Io personalmente continuerei coi soliti festival, tipo Maschera di Ferro, il quale guarda caso esalta un passaggio, pur eminente, ed un allontanamento definitivo, replicato anno dopo anno. Dare una risposta a questa domanda potrebbe essere un compito che nemmeno una conversione sulla strada di Buriasco potrebbe portare a compimento.

Quando sbuca da muraglioni di mais la vostra città è pressoché già finita e le tentacolari aristocratiche propaggini collinose con la bella stagione vengono inghiottite dal fogliame e dal verde; un piedistallo collinare mi porge la vostra chiesa rinomata per convegni stupefacenti ed erotico-sociali, ma non la vedo più di tanto, sto già volgendogli le spalle per tornare l’indomani, e ancora, ancora...