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Pinerolo Indialogo

Aprile 2014


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere a... 

Lettera a... 
Genitori con un'edera rosata

 


di Cristiano Roasio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.4 -Aprile 2014

    Se un padre appena divenuto tale entra in libreria con la ferma intenzione di comprare testi di matematica applicata e scienze per sic - un esperimento, dicono che apprendono tutto se glielo si legge – e sentendo, leggendo, questo discorso vi sale un brivido su per la spina dorsale, ebbene questa lettera è per voi; meglio, è per tutti i padri e le madri che a cavallo della primavera vengono festeggiati quantomai ovviamente nella loro funzione genetica.

I veri genitori, in fin dei conti, dovrebbero essere coloro che già hanno stabilito, o quantomeno ne sono discretamente certi, di non prolungare la specie. Il perché? Molto semplice giacchè solo loro si sono posti tutti i problemi che la pedagogia di un figlio comporta e, a differenza di chi ha fatto tabula rasa, l’unico modo, un salto logico del tutto irrazionale verso la cancellazione di ogni convinzione personale e una incerta fiducia nel futuro, hanno deciso di passare oltre.

Alla Homer, crescere è sbagliare e trovare non già le soluzioni ma la maniera migliore di camuffare lo sbaglio, via via sempre più grosso, una sorta di palla di neve paranoica piena di tutte le possibilità mancate che rotola a valle con gli anni. Solo un genitore consapevole di ciò potrebbe insegnare davvero ad un figlio il modo migliore di affrontare la realtà. Invece quello che sperimento, percepisco e vedo e conosco è: genitori iperprotettivi che pensano che si riesca ad affrontare meglio il futuro con dei calzini piegati nel cassetto o con un edera rasata sul muro. Intere categorie generazionali fervidamente convinte che avere un lavoro ripetitivo, mettere benzina più sovente delle volte in cui ci si ferma chessò a guardare una parola sul dizionario o osservare una lentiggine sul volto amato o ancora a guardare una tartaruga passeggiare (sto andando un po’ sul patetico ma almeno la semplicità ovvia e scontata intercala bene con un discorso che è cattivo e violento), vivere da soli e pagare le tasse sia sintomo di responsabilità. Genitori disposti a dare qualsiasi cosa ai propri pargoli in modo da trasformarli in future termiti giganti tronfie di flebile sicumera commerciale. Bambini fastidiosamente autocoscienti e autodeterminati da dimenticare il naturale relativismo esistenziale: per dirla più facile, bimbi che dicono, e forse credono, le stesse scemenze retrograde e antepolliceopponibile del corredo genetico che li ha creati. Bambini, futuri consumatori, immersi nel liquido amniotico di una parola, "crisi", che indica sì una situazione economica ma, diciamolo tranquillamente: non esiste da un ottica un po’ meno consumistica. O al massimo può esistere come cambiamento, come paradosso col quale confrontarci, un’occasione e non come piagnisteo pubblico.

Si diventa adulti quando mamma e papà diventano soltanto delle feste sul calendario. Arriva un momento in cui si capisce che quelle persone, che sicuramente nella rozza maniera evoluzionistica ti amano e che tu, nel banalotto amore da gratitudine dovuta ami, appaiono vecchie, stanche e, che non erano infallibili spero tu lo abbia già capito molto tempo fa, incapaci di aiutare chicchessia figuriamoci te stesso. Ed è allora che ti viene voglia di avere dei figli, per avere l’illusione che esista qualcosa da aiutare per aiutarti. Ma non è così.